Recruiter junior e candidato senior: come gestire il colloquio
Come faccio a farmi valutare da un recruiter junior che ha meno esperienza di me? Quando l’ego rischia di sabotare il colloquio?
Affrontare un colloquio con un recruiter junior può mettere in difficoltà anche un candidato senior con molti anni di esperienza.
Sempre più candidati senior mi raccontano quanto sia difficile affrontare un colloquio con un recruiter junior. La sensazione di essere valutati da una persona con meno esperienza può generare frustrazione, pregiudizi e, nei casi peggiori, compromettere l’intero processo di selezione.
Come affrontare un recruiter meno esperto → Consigli per candidati senior
DOMANDA: Ti è mai capitato di essere intervistato da un recruiter con meno esperienza della tua? Scopri come trasformare frustrazione e pregiudizi in un’opportunità per superare il colloquio.
” Sto parlando con una persona che potrebbe essere mio figlio.”
Questa è l’osservazione che Sergio, un cliente, mi ha “confessato” durante una nostra call conoscitiva per l’inizio di un percorso di career coach. Frase che, negli ultimi anni, mi capita spesso di ascoltare durante le call da professionisti senior che hanno desiderio si rimettersi in discussione.
L’ultima è arrivata da Sergio B. un Executive Manager con oltre 33 anni di esperienza e con un desiderio di un cambio carriera (career coach).
Durante la nostra conversazione mi ha raccontato ciò che gli è capitato durante il primo colloquio conoscitivo con il recruiter:
“A volte, dopo pochi minuti, mi viene voglia di interrompere il colloquio. Ho la sensazione che il recruiter non abbia gli strumenti per valutare davvero quello che porto.
Non è rabbia. Ma delusione, frustrazione. Ho la sensazione di essere “valutato” da qualcuno che non ha vissuto le complessità del ruolo che ho ricoperto per decenni.”
Una sensazione comprensibile.
Perché un recruiter junior può valutare un candidato senior? Non abbiamo obiezioni al contrario.
Il vero problema a volte non è il recruiter ma ci sono altre “insidie”
Molti candidati senior pensano:
- Cosa può insegnarmi
- Non conosce il mio lavoro
- Non ha abbastanza esperienza
- Mi sta facendo domande troppo banali
Sono pensieri che arrivano spontaneamente. Il problema nasce quando questi pensieri iniziano a guidare il comportamento durante il colloquio. L’atteggiamento cambia. La disponibilità diminuisce. Cresce il fastidio. Inizia il distacco dal processo selettivo e dal recruiter. Si fornisce mano a mano sempre meno disponibilità nel rispondere alle domande, meno intento nel raccontarsi mettendo a rischio la stessa “autenticità” nascondendo esperienze e attitudini. Ci si chiude piuttosto che aprirsi alla conoscenza. Le risposte diventano più brevi. Il linguaggio del corpo comunica chiusura. Il candidato inizia a perdere credibilità.
Il recruiter non deve saper fare il tuo lavoro per poterti intervistare
Possiamo aprirci ad una riflessione. Il candidato/a senior potrebbe cambiare il proprio punto di vista.
Un recruiter, soprattutto nella fase iniziale del processo di selezione, non viene scelto perché conosce il tuo mestiere meglio di te.
Il suo compito è un altro. Deve capire se esistono elementi coerenti tra:
- il tuo percorso professionale
- le competenze richieste dall’azienda
- il tuo modo di comunicare
- la motivazione non solo oggettive ma anche introspettive ed emotive al cambiamento
- la compatibilità con il contesto organizzativo e con il ruolo.
Successivamente in una fase di interesse al profilo in analisi entreranno in gioco manager, responsabili di funzione o direttori tecnici che approfondiranno gli aspetti specialistici.
Pensare che il recruiter debba validare tutta la tua esperienza è un’aspettativa che rischia di generare solo frustrazione.
Quando entra in gioco l’emotività
La maggior parte dei candidati pensa che il colloquio sia una questione tecnica.
In realtà è, prima di tutto, una situazione emotiva.
Nel caso di Sergio il problema non era la preparazione. Aveva competenze. Esperienza. Risultati straordinari.
Quello che rischiava di compromettere tutto era la reazione emotiva. Sentirsi poco compreso. Sentirsi giudicato superficialmente al punto di pensare che
Il colloquio non ha senso – viene da pensare
Alcuni candidati iniziano inconsapevolmente ad autosabotarsi ed è qui utile e funzionale un sostegno di un professionista (career coach).
L’esperienza non basta se non riesci a comunicarla
Questa, una delle convinzioni più diffuse. Ogni colloquio è una conversazione non un esame e neanche una dimostrazione di superiorità.
Non una verifica di chi abbia più esperienza. Il/la candidato/a che ottiene risultati migliori è spesso quello/a che riesce a rendere semplice anche il percorso professionale più complesso.
Cambiare prospettiva è la vera chiave di svolta durante il colloquio di lavoro
Quando maturi il pensiero: ”Questo recruiter non può valutarmi” prova invece a chiederti: Come posso aiutarlo a comprendere il valore che porto?
Una domanda completamente diversa che cambia radicalmente il modo in cui comunichi.
Ricorda: il recruiter non è il tuo avversario ma il primo interlocutore del processo.
Aiutalo a capire chi sei.
Cosa puoi fare concretamente
Se ti riconosci nella storia di Sergio prova ad adottare queste strategie si tratta di fare un semplice esercizio:
- Lascia fuori il confronto generazionale.
L’età o gli anni di esperienza del recruiter non determinano la qualità della selezione. - Gestisci il dialogo non l’ego se lo riconosci.
Sentirti competente non significa dover dimostrare di esserlo in ogni risposta. - Traduci la tua esperienza in risultati
Parla di impatti concreti, numeri, cambiamenti realizzati e decisioni prese - Ascolta fino in fondo le domande
Anche una domanda apparentemente semplice può avere un obiettivo preciso - Ricorda qual è il tuo vero obiettivo
Non vincere il colloquio ma essere ascoltato, compreso e ottenere l’opportunità successiva
Scrivimi se vuoi allenarti su questo aspetto (risorsa gratuita): info@robertapetitti.it
Il colloquio non misura solo quello che sai fare
Misura anche come reagisci quando uno stimolo ti crea una reazione. La solita reazione! La solita abitudine. Il solito pilota automatico. Inizia a riflettere sul TFA (Think-Feel-Act = cosa pensi, cosa provi, cosa fai) quando qualcosa o qualcuno ti porta a mettere in atto uno schema ricorrente frustrante.
Anche durante il colloquio di lavoro possiamo essere più intenzionali e meno reattivi. Tramite il riconoscimento di schemi comportamentali ed emotivi si impara ad affinare le reazioni. Agire piuttosto che reagire anche durante un processo colloquiale.
La capacità di gestire le emozioni, adattarsi all’interlocutore e comunicare con efficacia è una competenza sempre più richiesta soprattutto nei ruoli senior.
L’esperienza apre la porta. Ma è il modo in cui la racconti a fare la differenza. Vuoi allenarti nel riconoscere il tuo Pattern? Scrivimi: info@robertapetitti.it (risorsa gratuita).
Se ti sei riconosciuto nella storia di Sergio
Forse non hai solo bisogno di un curriculum migliore ma anche di prepararti al colloquio in modo diverso (un career coach ti fornisce questo valore aggiunto).
Durante i miei percorsi individuali life coach, lavoro proprio su questo: aiutare professionisti, manager e candidati senior a valorizzare la propria esperienza, gestire le emozioni e affrontare ogni colloquio con una strategia efficace.
Il problema non è ciò che sai fare ma quanto riesci a farlo percepire a chi hai davanti. Come affrontare un colloquio con un recruiter junior?
Non basta saper FARE occorre anche saper ESSERE.
Career Coach a Roma e online – Roberta Petitti –
#partidachiseiperarrivareachivuoiessere
@Sixseconds
Secondo LinkedIn Talent Solutions, le competenze trasversali e la capacità di comunicare il proprio valore sono sempre più importanti nei processi di selezione LinkedIn










