Motivatore personale

Il titolo di questo articolo rappresenta un malinteso, alle volte una vera e propria mistificazione del ruolo e conseguentemente del valore professionale di un life coach, un career coach o di un coach in generale.

La dicitura motivatore personale sembra suggerire che il lavoro di coaching sia di spingere le persone, di creare dal nulla una motivazione dove non c’è o non ce n’è abbastanza. 

Questo è un malinteso in due sensi. Il primo è che il coaching non spinge a fare niente. Il lavoro di un percorso con un coach o una coach professionisti non è assolutamente quello.

Cosa fa e non fa un coach

Le sessioni sono orientate all’estrazione di ciò che nel cliente o coachee è già presente. Il coach non dà risposte, non giudica, né fornisce soluzioni o strade da percorrere. 

Un coach fa domande. Le domande servono al cliente per esplorare se stesso e per far emergere gli aspetti e gli ostacoli che stanno impedendo il cambiamento desiderato. 

Non è raro che durante le sessioni di coaching venga fuori che il desiderio iniziale non è il vero motore per cui la persona sta cercando il cambiamento.

Perché investigando a fondo le proprie convinzioni, analizzando se stessi tramite le domande che ci si pone durante una sessione, spesso emergono verità ancora più profonde di quelle che si pensava in origine. 

La motivazione è sopravvalutata

Il secondo malinteso riguarda la motivazione e la sua natura. La motivazione intesa come motivo concreto e come spinta interiore al cambiamento è senza dubbio fondamentale. Fornisce l’impulso iniziale e la base su cui partire per un’analisi, da cui poi scaturisce il piano di azione, per così dire, per giungere al cambiamento.

Ma la motivazione fluttua. Non è minimamente affidabile perché soggetta a cali di intensità continui. L’esempio più semplice che si può fare è quello della motivazione che porta le persone a decidere di mettersi a dieta dopo le feste natalizie, usando quello che viene chiamato fresh start effect.

Quando inizia un nuovo anno (o una nuova settimana, funziona anche con il lunedì), questo diventa una sorta di soglia psicologica da cui far iniziare un nuovo processo.
Nel caso dell’inizio di una dieta dopo il periodo natalizio, la motivazione nasce dal senso di colpa per aver mangiato troppo durante le feste.

In un numero spropositato di casi di persone che decidono di mettersi a dieta dopo Natale, il proposito è stato già abbandonato a metà febbraio, nemmeno due mesi dopo.

Questo succede perché seppure la motivazione sia fortissima nei giorni immediatamente successivi i pranzi e le cene di Natale, essa perde progressivamente di forza man mano che ritorniamo alla normalità. I fattori che portano la motivazione a scemare con il tempo sono tanti, uno interessante è che lontano dal “peccato” essa perde anche il valore di scusa per cui ci siamo permessi il peccato stesso (“mangio ora, tanto poi comincio la dieta”).

Per questo motivo un cambiamento basato sulla motivazione e basta non è sostenibile, e alla fine non è nemmeno realistico.

Quindi un coach non è un motivatore personale perché il lavoro principale lo deve fare il cliente. E perché se la motivazione interna è fluttuante, un percorso basato su una motivazione fornita dall’esterno risulterebbe ancora meno stabile.

Questo ci porta ad uno dei principali ostacoli che le persone incontrano quando valutano un percorso di coaching.

Prendere consapevolezza che ci sarà del lavoro da fare genera spesso nelle persone la famigerata paura di uscire dalla comfort zone.

Paura di uscire dalla comfort zone​

L’espressione comfort zone indica tutte le abitudini, le azioni e le convinzioni che abbiamo sviluppato e che portiamo avanti in automatico, senza che questo ci generi alcun tipo di stress o ansia.

Si tratta in altre parole di quelle cose che abbiamo sempre fatto e sempre pensato. La definizione di zona di comfort nasce proprio dal fatto che tutto ciò delimita un luogo immaginario da cui non usciamo.

Quando lo facciamo o, quando siamo costretti a valutare opzioni diverse dalle solite, sentiamo un sorta di malessere, che alle volte può diventare una vera e propria paura.

La paura è un meccanismo di difesa. È normale e non è indice di codardia né una sensazione da giudicare negativamente. È lì per proteggerci dall’ignoto, che potrebbe essere pericoloso.

Ed è anche un meccanismo che serve al mantenimento delle abitudini, che da un punto di vista cognitivo sono a loro volta un modo di risparmiare energie.

Facciamo un esempio pratico per capirci meglio.

Lavoriamo nello stesso posto da un numero imprecisato di anni. Ormai non ci sono sorprese, andiamo avanti con il pilota automatico. Sentiamo che vogliamo cambiare, che non siamo soddisfatti e che questo lavoro ha esaurito tutto quello che ci poteva dare.

Ma al momento in cui cominciamo a riflettere e ad esplorare l’ipotesi di un cambiamento, ecco le prime resistenze, che prendono la forma di una o più delle seguenti frasi o varianti di:

  • “e se poi non mi trovo bene?”
  • “ma sì, ma in fondo è comodo, non si può avere tutto, sono fortunato/a ad avere un lavoro”
  • “l’anno prossimo ci penso, ora ho troppo da fare, siamo in alta stagione”

Naturalmente le possibilità sono molte di più. Ecco, questa è la paura del cambiamento, o meglio dell’uscita dalla zona di comfort che si manifesta in modo chiaro.

Come uscire dalla zona di comfort

Prima di vedere come uscire dalla zona di comfort, è giusto chiedersi se davvero lo vogliamo fare e soprattutto perché.

Perché uscire dalla propria routine quotidiana, cercare il cambiamento per se stesso, può essere assai controproducente. Non tutti i cambiamenti sono giusti per tutte le persone.

Le ragioni devono essere solide e allineate con chi siamo e vogliamo diventare. E in questo il lavoro del coach è senza dubbio di aiuto.

Una volta stabilite le ragioni, va decisa la direzione in cui uscire. E anche questa deve essere allineata con la persona.

Dopo di ciò, l’uscita dalla zona di comfort non deve per forza essere qualcosa di eclatante da subito. Si può procedere per gradi, con piccole azioni quotidiane che ci facciano abituare a quella scomodità iniziale, e ci facciano vedere come le nostre paure siano per la maggior parte infondate, o ci facciano vedere ingigantiti i rischi reali.

Ovviamente ogni percorso va personalizzato sull’individuo, partendo dalle sue necessità reali e dai suoi desideri.

Come detto in alcuni casi non è necessario il cambiamento a tutti i costi, in altri invece la persona potrebbe avere voglia e bisogno di una rivoluzione personale.

A questo servono le domande che si fanno in sessione. A trovare la direzione giusta per ogni singolo cliente, senza giudizio, e senza alcun preconcetto su cosa sia la cosa giusta da fare.