
Parti da chi sei ※ Ep.5 – Faccio tutto e niente: quando l’esperienza non viene riconosciuta
📖 Rubrica “Parti da chi sei”
Storie vere di cambiamento professionale, riflessioni e strumenti per trasformare dubbi e ostacoli in nuove possibilità.
🦋PARTI DA CHI SEI
Durante un percorso di Career Coaching, una professionista di circa 53 anni mi ha raccontato una situazione che riguarda un tema centrale della crescita professionale e personale: cosa accade quando l’esperienza aumenta, ma il riconoscimento del proprio ruolo non cresce allo stesso modo.
“Faccio tutto e niente.”
È una frase molto semplice, ma racconta bene una situazione che può presentarsi dopo molti anni trascorsi nella stessa organizzazione: si accumulano esperienza, conoscenze e responsabilità, si diventa un punto di riferimento per gli altri, eppure arriva un momento in cui non si riesce più a riconoscere con chiarezza il proprio ruolo.
È anche da qui che può iniziare un percorso di crescita professionale e personale: non necessariamente dalla decisione di cambiare lavoro, ma dal bisogno di capire che cosa rappresenta oggi la propria esperienza.
Una storia professionale lunga più di trent’anni
La sua storia lavorativa comincia molto presto. Dopo il diploma di ragioneria inizia a occuparsi di amministrazione, contabilità e segreteria e, intorno ai vent’anni, entra in un’azienda farmaceutica della sua provincia.
Da allora attraversa oltre trent’anni di vita aziendale e molti cambiamenti. L’azienda viene acquisita da un grande gruppo internazionale e, successivamente, lei sceglie di continuare il proprio percorso nella realtà del territorio alla quale è professionalmente legata.
Nel frattempo l’organizzazione cambia e cambia anche ciò che per molti anni aveva rappresentato per lei quell’azienda. Progressivamente si perde quel senso di appartenenza, fatto anche di rapporti e relazioni, nel quale era cresciuta professionalmente.
Lei però rimane e, anno dopo anno, accumula qualcosa che nessun mansionario riesce a raccontare completamente: una conoscenza profonda dell’organizzazione, della sua storia, dei suoi processi e del suo funzionamento.
Oggi viene considerata da molti la memoria dell’azienda. Quando c’è un problema, spesso ci si rivolge a lei. Conosce situazioni, passaggi, persone e meccanismi che fanno parte di una storia professionale lunga più di trent’anni.
Eppure è insoddisfatta.
Quando il titolo non racconta il ruolo reale
Sulla porta del suo ufficio c’è scritto Plant Coordinator.
Ci si aspetterebbe quindi un ruolo caratterizzato da coordinamento, confronto e partecipazione. La realtà che mi racconta è diversa. Non viene coinvolta nelle riunioni come si aspetterebbe dal proprio ruolo, non esistono veri momenti strutturati di coordinamento e continua a occuparsi anche di attività operative molto semplici che non sente più coerenti con l’esperienza che ha maturato.
Nel frattempo l’organizzazione ha attribuito ad altre persone precise responsabilità manageriali, mentre lei continua a essere percepita soprattutto come la persona capace di intervenire ovunque ci sia bisogno.
Il “jolly”, come spesso accade nelle aziende.
Ed è qui che quella frase, “faccio tutto e niente”, assume un significato diverso.
Questa professionista non sta dicendo di non avere niente da fare. È vero quasi il contrario. Sta dicendo che fatica a vedere un legame tra tutto ciò che fa e un ruolo nel quale possa finalmente riconoscersi.
Essere cercati continuamente perché si è capaci di risolvere i problemi, infatti, non significa necessariamente essere riconosciuti per il proprio valore professionale.
Quando essere indispensabili diventa una trappola
Dopo tanti anni nella stessa azienda può succedere qualcosa di paradossale. La disponibilità, la conoscenza dell’organizzazione e la capacità di trovare soluzioni fanno sì che vengano affidate sempre nuove attività.
All’inizio può essere una dimostrazione di fiducia. Con il passare del tempo, però, se a quella fiducia non corrispondono un perimetro professionale, responsabilità e riconoscimento, il ruolo può diventare sempre più indefinito.
È così che una persona può diventare indispensabile per tantissime piccole e grandi cose e, contemporaneamente, non sapere più quale sia la competenza per cui vuole essere riconosciuta.
Nel suo racconto emerge chiaramente anche questo aspetto. Dopo più di trent’anni di esperienza, alcune attività puramente esecutive non le restituiscono più alcuna soddisfazione. Inserire un ordine nel sistema, per esempio, è certamente un’attività necessaria per l’azienda, ma lei non sente che rappresenti più il livello professionale raggiunto.
Questo non significa considerare poco importante il lavoro operativo. Significa riconoscere che può esistere una distanza tra le attività affidate a una persona e la professionalità che quella persona ha costruito nel tempo.
Crescita professionale e personale: prima riconosci il tuo valore
La tentazione potrebbe essere quella di arrivare immediatamente alla domanda: “Devo rimanere o devo cercare un’altra azienda?”
Nel percorso che stiamo facendo, però, non siamo partite da lì.
Prima occorre rispondere a una domanda diversa:
“Che professionista sono diventata dopo tutti questi anni?”
Dire “faccio tantissime cose” non basta per definire il proprio valore professionale. Occorre rileggere tutto ciò che si è fatto e comprendere quali competenze sono state costruite attraverso quell’esperienza.
Significa osservare quali problemi si è in grado di risolvere, quali responsabilità vengono già esercitate anche se non sono formalizzate, quale conoscenza dell’organizzazione si possiede e perché, quando qualcosa non funziona, le persone scelgono proprio noi come punto di riferimento.
È un passaggio importante della crescita professionale e personale, soprattutto dopo una lunga permanenza nella stessa realtà: ciò che sappiamo fare da molti anni può sembrarci talmente normale da non riuscire più a riconoscerlo come una competenza.
E se non sappiamo dare un nome al nostro valore, diventa molto difficile chiedere agli altri di riconoscerlo.
Il ruolo non è quello scritto sulla porta
Questa storia pone anche un’altra questione che considero importante.
Un titolo professionale non definisce, da solo, un ruolo.
La scritta Plant Coordinator sulla porta può avere un significato soltanto se trova corrispondenza nelle responsabilità effettive, nel livello di autonomia, nelle informazioni alle quali la persona ha accesso, nella possibilità di partecipare ai momenti decisionali e nel riconoscimento che riceve all’interno dell’organizzazione.
Quando tutto questo non accade, può crearsi una distanza profonda tra il ruolo dichiarato e il ruolo realmente esercitato.
Ed è spesso dentro questa distanza che nasce l’insoddisfazione.
E il fatto di essere una donna?
Nel suo racconto compare anche un tema che non voglio ignorare: la percezione che il fatto di essere una donna possa aver inciso sul riconoscimento ottenuto all’interno di un contesto nel quale le posizioni di maggiore responsabilità sono ricoperte da uomini.
Non credo sarebbe corretto trarre conclusioni dall’esterno o attribuire automaticamente ogni scelta organizzativa al genere.
Credo però sia importante ascoltare questa percezione e lavorare sui fatti, distinguendo ciò che appartiene alla cultura organizzativa, ciò che può essere negoziato e ciò che invece non dipende direttamente da lei.
Soprattutto, occorre evitare una trappola nella quale molte persone molto affidabili possono cadere: continuare a dimostrare il proprio valore facendosi carico di sempre più cose, nella speranza che prima o poi quel valore venga riconosciuto spontaneamente. Non sempre accade.
Restare oppure cercare altro?
Non abbiamo ancora la risposta.
E mi piace dirlo, perché il Career Coaching non dovrebbe avere come obiettivo quello di convincere una persona a cambiare lavoro.
Potrebbe emergere che questa professionista desidera rimanere nell’azienda nella quale ha costruito gran parte della propria vita lavorativa. In quel caso il lavoro che stiamo facendo potrà aiutarla a preparare un confronto diverso con l’amministratore delegato.
Non un confronto basato soltanto sull’insoddisfazione o sull’idea che “dopo tanti anni mi merito qualcosa in più”, ma una conversazione professionale nella quale sappia spiegare con chiarezza quale valore porta oggi, quali responsabilità esercita, quali competenze ha sviluppato e quale ruolo ritiene coerente con la professionista che è diventata.
Potrebbe però emergere anche un’altra consapevolezza: che lo spazio professionale che desidera non esiste più in quell’organizzazione.
A quel punto guardare altrove non significherebbe buttare via trent’anni.
Significherebbe finalmente imparare a portare quei trent’anni con sé.
Parti da chi sei
Anche questo fa parte di un percorso di crescita professionale e personale: imparare a distinguere ciò che facciamo ogni giorno dal valore professionale che abbiamo costruito nel tempo.
Questa storia non ha ancora un finale perché il percorso è in corso. Non so ancora se questa professionista resterà nella sua azienda, se riuscirà a ridefinire il proprio ruolo o se sceglierà di cercare una nuova opportunità.
Ma qualcosa sta già cambiando.
La domanda iniziale era molto vicina a:
“Perché non mi riconoscono?”
Oggi stiamo lavorando per trasformarla in un’altra domanda:
“Qual è esattamente il valore che voglio venga riconosciuto?”
La differenza sembra piccola, ma non lo è.
Non possiamo controllare completamente il modo in cui un’organizzazione decide di vederci. Possiamo però imparare a riconoscere con molta più chiarezza chi siamo diventati professionalmente, cosa sappiamo fare e cosa vogliamo per la fase successiva della nostra carriera.
Ed è da qui che, per me, comincia una scelta professionale davvero consapevole.
Parti da chi sei per riconoscere il tuo valore.
Vuoi fare chiarezza sul tuo valore professionale?
Se dopo molti anni di esperienza senti che il ruolo che ricopri non rappresenta più ciò che sai fare, un percorso di Career Coaching può aiutarti a rileggere la tua esperienza, riconoscere le competenze che hai costruito e capire quale direzione desideri dare alla fase successiva della tua vita professionale.
Un percorso di Career Coaching può diventare uno spazio di crescita professionale e personale nel quale rileggere la propria esperienza, riconoscere le competenze costruite e comprendere quale direzione dare alla fase successiva della carriera.
Non significa necessariamente cambiare lavoro. Può significare prepararsi a chiedere un diverso riconoscimento nell’organizzazione in cui si lavora oppure comprendere, con maggiore consapevolezza, se sia arrivato il momento di guardare altrove.
Scopri il mio percorso di Career Coaching https://robertapetitti.it/career-coach-a-roma/
Se ti riconosci in questa storia
Se hai la sensazione che il tuo percorso professionale non emerga durante i colloqui, possiamo lavorarci insieme.
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Roberta Petitti, Career Coach e Consulente di carriera 💼
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